Elogio del conflitto sociale

3 / 11 / 2026 | Articoli, Notizie | 0 commenti

Delle opere di Niccolò Machiavelli la più letta è il trattato di politica Il principe. Tuttavia, meriterebbero la stessa fama anche i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, in cui il politico, storico, filosofo, poeta e scrittore fiorentino dispiega pensieri moderni e affascinanti.

L’opera fu scritta tra il 1513 e il 1519 all’Albergaccio, la villa di campagna della famiglia, dove Machiavelli era stato costretto all’esilio dai Medici, ritornati al potere dopo l’abbattimento della repubblica: i vecchi padroni di Firenze non volevano in città, vicino agli Uffizi, allora gli uffici del potere, oggi il più noto museo italiano, colui che era stato segretario della Seconda Cancelleria, un ibrido tra gli odierni ministeri degli esteri e della difesa.

Da Il Principe e dai Discorsi traggo i concetti su cui qui di seguito ragiono, insieme ai termini virgolettati.

In natura, scrive l’ex segretario, tutto si muove, nulla è fermo; e tutto si muove per confliggere: cose, animali, esseri umani vivono nel conflitto, senza scampo, senza tregua; conflitto in cui debbono o commettere o patire violenza e inganno.

Come la natura, anche le società umane sono mutevoli e conflittuali; perciò, gli esseri umani sono “rei”, colpevoli, malvagi, crudeli, perché, loro malgrado, si trovano in rebus, fra le cose, nelle situazioni, in mezzo alla realtà.

Nel conflitto gli esseri umani ricercano la “securtà”, la sicurezza, o lo “acquisto”, il benessere, la fama, il potere; e li ricercano tramite la “potenza”, la forza, materiale e morale, e tramite la “iniuria”, appunto l’inganno e la violenza.

I buoni “ordini”, le costituzioni diremmo oggi, le leggi, le istituzioni, sono per Machiavelli l’unico scudo alla “iniuria” della società, della natura, della vita, che si manifesta attraverso il conflitto. Allo stesso tempo, solo il conflitto può forgiare buoni “ordini”, perché esso costringe le comunità umane, se non vogliono condannarsi all’autodistruzione, se vogliono riuscire a convivere, a dotarsi, appunto, di buone costituzioni, leggi e istituzioni, o a riformare le obsolete. Il conflitto, dunque, è l’origine e il fine di un circuito virtuoso che passa per i buoni “ordini”: quello tempra questi; questi, a loro volta, sono riparo da quello.

I “tumulti”, come li chiama l’ex segretario, fra “umori diversi”, cioè il conflitto fra interessi, fazioni, ceti contrastanti, sono il crogiolo dei buoni “ordini”, proprio perché implicano un battere, urtare, colpire (“fligere”) insieme (“cum”), uno stare insieme in maniera dinamica, energica, vitalistica, così da generare forza, “potenza”. Parrebbe, quello di Machiavelli, quasi un concetto fisico-chimico, per cui, come nei gas, più le molecole si agitano per l’energia cinetica, più urtano, battono, si colpiscono le une con le altre rafforzandosi ed espandendosi.

I buoni “ordini”, allora, sono il risultato del conflitto e, al contempo, sono la causa che lo provoca e, insieme, lo regola, senza spegnerlo; ne sono governati e, al contempo, lo governano, guardandosi bene dal soffocarlo, perché il conflitto genera la “potenza”, la forza necessaria alla “securtà” e allo “acquisto” in un mondo in moto costante e violento.

L’esempio che il fiorentino riporta è quello della Roma repubblicana, in cui il conflitto tra patrizi e plebei fece l’Urbe grande. Mentre, a un certo punto, anche a Roma gli “umori diversi” non furono più mediati da nuovi “ordini”, da adeguate riforme, ma per l’ostinazione dei “grandi”, dei patrizi, la “plebe” ricorse a modi “straordinari” che causarono la rovina della repubblica e l’instaurazione del principato.

Il vero politico, lo statista, in tale contesto, è colui che sa leggere e interpretare la “verità effettuale”, la realtà; che della realtà sa individuare le fratture conflittuali; che di queste fratture sa trattenerne i bordi, senza ricomporli o divaricarli, per trarne forza. E che per far ciò istituisce, o riforma, i giusti “ordini”.

Più vicino a noi, Piero Gobetti trasse alla luce le intuizioni di Machiavelli dalla nebbia dell’idealismo che, all’epoca, accecava la filosofia italiana. Con lui si tornò a intravedere la “verità effettuale” fra le fumisterie di idealità confuse. Mi si perdoni questo giudizio calato con l’accetta.

Scrive Gobetti nella sua rivista Rivoluzione Liberale nel novembre del 1922, quattro anni prima che i manganelli fascisti lo facciano tacere per sempre: “Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco. […] In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. […] Caro Arpesani [Giustino Arpesani, 1896-1980, avvocato, antifascista e liberale], non ci si può intendere. Tu vuoi valorizzare, ed io credo che si possa solo valorizzare con l’opposizione, tu temi i dissensi ed io vedo nei consensi la prova di una debolezza, l’inesistenza di interessi reali distinti, coraggiosi, necessari. Tu hai inteso il problema in un modo tutto formale: chiedevi una disciplina, l’accetti anche se venga donde non la speravi. Io non riesco a pensare Cesare senza Pompeo, non vedo Roma forte senza guerra civile.”

Tra il 1861 e il 1914, negli anni incandescenti del conflitto tra lavoro e capitale, tra operai e contadini, da un lato e, dall’altro, agrari e industriali, in Italia avvennero conquiste sociali importantissime: obbligo scolastico (1859, 1877); suffragio universale maschile (1912); tutele per il lavoro minorile e femminile (1873, 1886, 1902, 1907); Società Operaie di Mutuo Soccorso e loro riconoscimento giuridico (1886); previdenza per vecchiaia e invalidità (1898, 1912, 1919); tutela degli infortuni (1883); ispettorato del lavoro (1912); diritto di sciopero (1889); riposo festivo settimanale (1907); Direzione Generale di Sanità e uffici per la tutela dell’igiene pubblica (1888); riconoscimento giuridico degli Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficienza (1890); condotte mediche (1890); ammissione delle donne alla titolarità dei libretti al portatore (1888), nei consigli di amministrazione delle Opere Pie (1890) e nell’elettorato attivo e passivo all’interno dei collegi probivirali per le controversie di lavoro (1893).

Conquiste sociali ancora più importanti avvennero tra il 1946 e il 1980, mentre il conflitto tra capitale e lavoro, tra lavoratori e padroni, ricominciò a infiammare le piazze, dopo che per oltre vent’anni aveva languito, insieme al progresso sociale, sotto il fascismo: suffragio universale (1946); diritto di famiglia (1975); leggi sul divorzio e sull’aborto (1970, 1978); statuto dei lavoratori (1970); tutela del lavoro femminile (1971); parità lavorativa tra uomini e donne (1977); riforma delle pensioni (1969); Servizio Sanitario Nazionale (1978); riforma psichiatrica (1978); riforma agraria e Cassa del Mezzogiorno (1950); scuola media unificata (1962); abolizione del delitto d’onore (1981).

Nel secondo dopoguerra il conflitto sociale fu così acceso che il neofascismo, riorganizzatosi attorno al Movimento Sociale Italiano (MSI) e pure ad associazioni terroristiche (le cui osmosi con il MSI e con gli apparati di sicurezza, di spionaggio, politici ed economici italiani e internazionali sono largamente provate: vedere articolo https://www.lafionda.org/2026/09/04/la-destra-e-il-principio-di-legalita-storia-di-un-equivoco/), come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Rosa dei Venti, Nuclei Armati Rivoluzionari, Terza Posizione, osò addirittura, contro ogni regola democratica, praticare lo stragismo, nelle piazze, nei treni, nelle stazioni, pur di arrestare il progresso civico e civile spinto dal Partico Comunista Italiano e accompagnato, a volte subito, dalla Democrazia Cristiana. Gli eredi, più o meno indiretti, di quel mondo oggi puntano il dito dell’anatema contro i disordini di piazza, fingendosi stupiti che il conflitto sociale inneschi la violenza. Come fa il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che nel 1973 partecipò, come responsabile provinciale del Fronte della Gioventù, a un corteo non autorizzato a Milano, che terminò con il lancio di bombe a mano da parte di alcuni giovani neofascisti. Una spaccò il petto, affogandolo nel proprio sangue, al poliziotto Antonio Marino. Ovviamente, non c’è alcuna prova del coinvolgimento di La Russa con quell’assassinio: ma il corteo non era autorizzato, lui era il responsabile dell’organizzazione giovanile provinciale del MSI; e, soprattutto, sempre lui nel 2007 presenziò ai funerali dell’ex militante neofascista Nico Azzi, il fornitore delle bombe.

Oggi il conflitto sociale è più insidioso, subdolo, inafferrabile. La frattura divide, non il lavoro e il capitale, e non con nettezza, ma il lavoro e la rendita. E nella rendita scivola anche parte del lavoro, rendendo il quadro più sfumato, incerto, indecifrabile. La rendita può essere definita, oltre che come il guadagno senza lavoro, anche come il guadagno spropositato, fino alla sperequazione e all’ingiustizia, rispetto al lavoro compiuto. Appartengono alla rendita le multinazionali con i loro dirigenti d’oro, le mega aziende di tecnologia, a cui si sono sommate quelle dell’intelligenza artificiale, le banche e le finanziarie con le loro banconote di pixel. Ma anche le mafie, le burocrazie, gli speculatori, fino agli evasori fiscali, fino all’idraulico, all’elettricista, all’imbianchino che se ne vanno dalle nostre case senza rilasciare la fattura. Fanno ridere, eh, gli idraulici, gli elettricisti e gli imbianchini accanto a Elon Musk? Eppure, quante risorse, strappate all’evasione, potrebbero essere ritagliate sul lavoro, sul bisogno, sullo stato sociale? Secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze l’evasione media annua in Italia tocca i 100/110 miliardi.

Dopo l’Unità e dopo la Seconda Guerra Mondiale la politica riuscì a mediare il conflitto sociale, senza disinnescarlo, e senza lasciarlo esplodere. Il vero politico di Machiavelli trovò all’epoca la sua incarnazione, personale, partitica, istituzionale. Oggi, la politica, come durante il fascismo, non sembra intenzionata a mediare il conflitto sociale, sembra volerlo spegnere, con la propaganda o con la forza: allora, per sedere indisturbata con il capitale; ora, con la rendita; tutti insieme alla tavola del potere.

Di Daniele Barni

FONTE: https://www.lafionda.org/2026/10/26/il-conflitto-sociale/

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