Neoliberismo, il vangelo dell’economia vs l’economia del Vangelo

5 / 05 / 2026 | Articoli, Notizie | 0 commenti

L’economia è lo strumento principale con cui hanno plasmato questa globalizzazione seguendo i dettami del neoliberismo, la scienza economica che pone come legge sacrale il primato del Mercato, trasformandolo in una sorta di divinità, incontestabile nei suoi dogmi, dotato di una forza invisibile (la mano) che lo autoregola e lo rende un meccanismo perfetto: i risultati, però, ci testimoniano il suo completo fallimento. Secondo la sua filosofia, il motore vitale dell’economia di mercato è costituito dalle potenti energie delle imprese private che, con la loro efficienza motivata da una sempre maggiore ricerca di guadagno, producono ricchezza per l’intera comunità, garantendo anche prezzi competitivi, inevitabile conseguenza di una “sana” concorrenza; questo è il suo contestabile paradigma.

E lo Stato? Lo Stato deve stare fuori dall’economia reale e svolgere solamente il ruolo di supervisore dei processi. È noto, secondo i sacerdoti del neoliberismo, come le strutture pubbliche siano prevalentemente inefficienti, costose e facili alla corruzione. Questo è il quadro impietoso (e insostenibile) degli obnubilati sostenitori del neoliberismo, non dei suoi fondatori, loro sanno benissimo come funziona. Obnubilati in quanto non si rendono conto dei danni inenarrabili che questa nefasta ideologia ha creato all’economia mondiale. Costituzione e accentramento di oligopoli sempre più grandi e potenti, decimazione costante delle piccole e micro imprese, crescita esponenziale degli squilibri fra poveri, sempre più poveri, e ricchi, sempre più ricchi, proliferazione del capitalismo finanziario parassitario a spese del capitalismo produttivo e dell’economia reale, esplosione della finanza speculativa, fine dell’autonomia dello Stato e dello stato sociale.

Scompaiono, in questo universo distopico, parole come cooperazione, collaborazione, altruismo, solidarietà, giustizia, rispetto della persona. L’obiettivo ultimo è la massimizzazione del profitto, c’è chi vince, chi è sfruttato e/o schiavizzato e c’è chi perde; queste sono le categorie del neoliberismo in cui non compare più il sentimento più importante: l’umanità.

In questo devastante scenario, il soggetto macroeconomico e politico che praticamente viene annullato è lo Stato; ma lo Stato siamo noi, o meglio, è l’organo che ci rappresenta e che dovrebbe operare ed essere il garante del nostro benessere, della nostra sicurezza, della nostra democrazia, della nostra libertà. Avergli tolto, di fatto, ogni potere, sia politico che monetario e fiscale, ci rende praticamente sudditi e vittime predestinate del Mercato verso cui non abbiamo più nessuna arma di difesa.

In che modo il neoliberismo ha praticamente azzerato il ruolo dello Stato? Gli ha tolto la sovranità monetaria, ovvero la capacità di dotarsi di tutte le risorse finanziarie necessarie per sostenere la propria economia, risorse potenzialmente illimitate. Questa condizione ci costringe a reperire i fondi necessari sui mercati finanziari i quali, grazie anche alla ormai abituale, ma non insindacabile, indipendenza delle Banche Centrali, hanno il potere di condizionare in modo totale le politiche economiche e fiscali dei vari Paesi: siamo diventati ostaggio della finanza internazionale con la complicità dei nostri governi; fine della democrazia e della nostra libertà. Questo, in sostanza, il quadro desolante delle condizioni della maggior parte delle nazioni, in particolare quelle occidentali.

L’alternativa salvifica c’è ma presuppone una condizione fondamentale: la consapevolezza dei cittadini; basterebbe la conoscenza di alcuni semplicissimi e basilari concetti di macroeconomia che, di seguito, cercheremo di evidenziare.

Il primo e più importante riguarda i soldi: uno Stato dotato di una propria valuta nazionale (sovranità monetaria) non ha limiti di creazione della moneta, definita oggi “moneta fiat” in quanto non ha nessun valore sottostante, come l’oro ai tempi del Gold Standard, prima del 1971. Questo permette a uno Stato di emettere tutta la valuta necessaria a far funzionare la propria economia e relativo welfare, senza alcuna restrizione. È curioso comprendere che si potrebbe, addirittura, evitare di fare beneficenza e raccogliere fondi per le associazioni assistenziali in quanto potrebbero tranquillamente essere finanziate tutte dallo Stato.

La precondizione più importante dovrà essere quella di regolare l’emissione monetaria in funzione della capacità produttiva del Paese: emettere troppa moneta creerebbe inflazione, emetterne troppo poca, creerebbe disoccupazione e povertà; questa è la condizione nella quale i vincoli di Bruxelles ci stanno irrimediabilmente ingabbiando. Ricordiamo che, a causa delle sue politiche economiche imposte, siamo da oltre un ventennio sul filo della recessione con indici di crescita costantemente molto inferiori alla media di tutti gli altri Paesi in ambito internazionale.

È bene, a questo punto, chiarire il concetto di ricchezza di una nazione che è costituita fondamentalmente dalla sua capacità di produrre beni e servizi, la vera “ricchezza reale”. Il Mercato non ha storicamente la possibilità di sviluppare tutto il potenziale di lavoro di un Popolo in quanto non riesce, strutturalmente, a raggiungere la piena occupazione; questo è possibile solo allo Stato, inteso come soggetto macroeconomico che, grazie alle sue risorse finanziarie, può assumere e dare lavoro a chi è disoccupato ma disponibile a lavorare. È il lavoro, sia pubblico che privato, il motore dell’economia che crea la ricchezza reale; ogni forma di disoccupazione costituisce il vero “spreco” del settore produttivo. Nel sistema liberista viene addirittura imposto un livello minimo di disoccupazione, il NAIRU (Non Accelerating Inflaction Rate of Unemployment) sotto il quale si ritiene, erroneamente, che possa aumentare l’inflazione.

Si pensi che la BCE valuta che il tasso fisiologico di disoccupazione, in Italia, per mantenere la stabilità dei prezzi, non debba essere inferiore al 9%; sostanzialmente una sorta di povertà per decreto, condizione assolutamente inaccettabile. Infatti, da un’analisi storica dei Paesi con un’economia debole, possiamo rilevare sempre alti tassi di disoccupazione che ne limitano le proprie capacità produttive, accompagnate, quasi sempre, da alta inflazione e, nei casi limite, da iperinflazione. E’ importante sottolineare che la sovranità monetaria è una condizione imprescindibile ma non sufficiente per sviluppare il settore produttivo di un Paese in quanto la politica monetaria deve accompagnarsi a una efficace politica economica e del lavoro. Lo Stato, come soggetto macroeconomico, rimane comunque fondamentale nel suo ruolo di finanziatore in quanto unico emettitore e monopolista della valuta nazionale.

Senza questa possibilità, lo ricordiamo, uno Stato perde la sua indipendenza e la possibilità di autodeterminarsi con politiche specifiche e adatte alle sue caratteristiche e necessità specifiche. Questo ci fa comprendere i motivi di una sudditanza, se non di una vera e propria sottomissione, nei confronti di un’Unione Europea che con le sue politiche liberiste di contenimento della spesa pubblica, blocco del potere di acquisto dei salari, impulso alle privatizzazioni degli asset pubblici e austerità costante, ci sta costringendo, di fatto, a una pericolosissima perdita di competitività con conseguente processo di deindustrializzazione, palesemente in atto da molti anni.

Le privatizzazioni sono e rimangono una delle politiche più destabilizzanti e depressive per l’economia in quanto lo Stato, come soggetto “creatore di lavoro”, ha un potenziale enorme capace, inoltre, di rappresentare un fondamentale volano per le imprese del settore privato. Tutti ricordiamo i gloriosi tempi dell’IRI, uno dei più importanti gruppi industriali a livello internazionale che ci aveva portato ad essere la quinta potenza economica mondiale. E’ su questo modello che la Cina si è ispirata negli ultimi trent’anni e vediamo con quali risultati: è diventata la più forte economia del pianeta con una crescita esponenziale, anno dopo anno, inarrestabile.

Un altro concetto importantissimo da mettere a fuoco è che non possiamo delegare alle grandi imprese private, multinazionali e fondi di investimento, il monopolio del nostro futuro in quanto il fine ultimo di questi grandi gruppi è la massimizzazione del profitto; non c’è posto nei loro piani per il benessere e la sicurezza dei Popoli, la tutela e il rispetto dei diritti e della loro dignità di essere umani. Appare evidente nei processi globali in atto dove nei settori chiave della tecnologia, della ricerca, dell’innovazione, della farmaceutica, delle armi, i principali operatori sono multinazionali private che hanno già ampiamente dimostrato quali siano i loro obiettivi, tutti costantemente orientati al profitto e al potere, amplificati da una speculazione finanziaria parassitaria al di sopra di ogni regola civile.

L’unica possibilità per tornare a una società “umana”, dove i principi etici di cooperazione e solidarietà possano realizzarsi, è quella di ridare potere e autonomia allo Stato, inteso come soggetto politico ed economico, che deve solo ed esclusivamente rispondere al volere democratico dei Cittadini senza preoccuparsi di dover fare utili per poter svolgere il proprio ruolo. Ricordiamo che lo Stato, come soggetto macroeconomico, è strutturato, in un regime di sovranità monetaria, per essere strutturalmente con il proprio bilancio in passivo, essendo sostenuto dalla sua Banca Centrale come prestatrice di ultima istanza e fonte inesauribile per la creazione della propria valuta nazionale. Questo permette al settore privato (cittadini, famiglie e imprese) di aumentare la ricchezza finanziaria necessaria a soddisfare le esigenze di consumi e risparmi, mantenendo l’economia vitale.

In questo contesto ottimale possiamo intendere lo Stato come un generatore e regolatore finanziario delle nostre attività e della nostra ricchezza; un’economia florida, come potenzialmente è la nostra, può garantire salari congrui, servizi pubblici, sanità e scuola ai massimi livelli, pensioni adeguate, sostegno economico a tutte le classi oggi disagiate e contribuire alla eliminazione della povertà; i soldi non mancherebbero!!

E’ chiaro come un sistema così strutturato possa farsi promotore di un benessere diffuso e dignitoso per tutti, dove nessuno viene lasciato indietro. Questo ci riporta al testo evangelico che definisce la Comunità Cristiana nella sua essenza più profonda dove: “…nessuno fra loro era bisognoso” (Atti 4,34). La cosa interessante è che oggi, come era a quel tempo, non viene chiesto di mettere le proprie ricchezze in comune con gli altri perchè…..ci pensa lo Stato a dare lavoro e soldi per procurarsele.

In conclusione possiamo ritenere che la povertà e le crisi economiche sono inconfutabilmente il risultato di un modello economico, quello neoliberista, creato nell’interesse dei grandi oligopoli e di una classe dominante che disprezza e sfrutta le popolazioni utilizzando una falsa narrazione mediatica che anestetizza le loro menti. Acquisire la giusta consapevolezza da parte dei Popoli, è la premessa fondamentale per arrivare a una società civile e solidale dove la competizione e la guerra vengano sostituite da una sana cooperazione e una serena convivenza. Tutto questo è possibile, dobbiamo solo aprire gli occhi.

Tiziano Tanari

FONTE: https://comedonchisciotte.org/neoliberismo-il-vangelo-delleconomia-vs-leconomia-del-vangelo/

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