Clara Mattei: “L’austerità è una guerra di classe permanente”. Il capitalismo, la crisi sociale e la de-democratizzazione dell’economia

23 / 07 / 2026 | Articoli, Notizie | 0 commenti

Per la Prof.ssa Clara Mattei il capitalismo contemporaneo non è un sistema in crisi a causa di errori occasionali o cattive decisioni politiche. La crisi stessa – la precarietà diffusa, la compressione dei salari, la crescita della disuguaglianza, l’impoverimento del lavoro – rappresenterebbe il funzionamento normale dell’ordine economico moderno. L’austerità, in questa lettura, non sarebbe un incidente della storia economica recente, ma uno strumento strutturale di governo.

Nel lungo intervento pronunciato durante il festival politico-culturale Costituzione 2023 a San Daniele del Friuli , dedicato alla critica economica e sociale, l’economista italiana ha esposto una ricostruzione storica e teorica radicale: le politiche restrittive adottate negli ultimi decenni non sarebbero state progettate per risolvere le crisi, ma per gestirle a vantaggio del capitale, disciplinando il lavoro e limitando il potere democratico sulla sfera economica.

L’idea che attraversa tutto il discorso è semplice quanto dirompente: l’economia non è mai neutrale. Dietro ogni scelta fiscale, monetaria o industriale esistono rapporti di forza sociali, interessi di classe e precise decisioni politiche.

Mattei apre la sua analisi partendo dalla realtà italiana, che descrive come un laboratorio avanzato delle trasformazioni del capitalismo occidentale. I dati sulla distribuzione della ricchezza vengono definiti “agghiaccianti”. Una quota minima della popolazione concentra ormai patrimoni enormi, mentre milioni di persone sperimentano povertà assoluta, precarietà lavorativa e perdita di potere d’acquisto. L’elemento che più colpisce l’economista è il carattere simultaneo di questi fenomeni: mentre aumenta il numero dei lavoratori poveri, cresce anche il numero dei super-ricchi.

Secondo Mattei, questo non rappresenta una contraddizione del sistema, ma il suo esito logico. I profitti crescono proprio perché diminuisce la quota di ricchezza destinata al lavoro. La compressione salariale, l’indebolimento sindacale e la precarizzazione dell’occupazione non sarebbero quindi anomalie temporanee, bensì condizioni necessarie per mantenere elevati livelli di accumulazione del capitale.

Per comprendere questo meccanismo, sostiene l’economista, occorre tornare a utilizzare una parola progressivamente scomparsa dal lessico pubblico: capitalismo. Uno dei passaggi centrali del suo intervento riguarda infatti la critica al linguaggio economico contemporaneo, che avrebbe sostituito concetti come sfruttamento, conflitto sociale e classe con termini apparentemente neutri quali competitività, efficienza o mercato.

Questa trasformazione semantica, secondo Mattei, non sarebbe casuale. Eliminare il concetto di capitalismo significherebbe rimuovere il carattere politico del sistema economico e presentare le sue regole come naturali, inevitabili e tecniche. In questo modo il conflitto distributivo sparisce dal dibattito pubblico e le decisioni economiche appaiono come semplici necessità amministrative.

Una parte importante del discorso è dedicata proprio alla storia del pensiero economico. Mattei ricostruisce il passaggio dall’economia politica classica all’economia neoclassica moderna. Gli economisti classici, da Adam Smith a David Ricardo, interpretavano la società capitalistica come un sistema attraversato da interessi divergenti tra lavoratori, proprietari e capitalisti. Il lavoro era considerato la fonte del valore e il conflitto sociale un elemento strutturale dell’economia.

Con la svolta marginalista di fine Ottocento, invece, il conflitto scompare. Nasce quella che Mattei definisce “economia pura”: una disciplina che pretende di separarsi dalla politica e di descrivere il mercato come uno spazio armonico governato da leggi scientifiche. Il profitto non viene più interpretato come risultato di rapporti di forza, ma come premio per il rischio, il risparmio e l’investimento.

In Italia, una figura simbolica di questa trasformazione sarebbe stata Maffeo Pantaleoni, che Mattei definisce l'”arcangelo dell’economia pura”. Con lui e con il paradigma neoclassico, sostiene, l’economia smette di interrogarsi sulle relazioni di potere e si presenta come una scienza tecnica capace di produrre soluzioni neutrali.

Da qui nasce, secondo l’economista, uno dei processi più importanti della modernità occidentale: la progressiva sottrazione dell’economia al controllo democratico. Le decisioni fondamentali vengono affidate a tecnocrazie indipendenti, soprattutto monetarie, che operano al riparo dal conflitto politico e dal voto popolare.

Nel mirino della critica di Mattei ci sono soprattutto le banche centrali indipendenti. La Banca Centrale Europea viene indicata come esempio estremo di questa trasformazione: un’istituzione dotata di enorme potere sulle economie europee ma sostanzialmente separata dal controllo democratico diretto. Tassi di interesse, inflazione, credito e occupazione diventano materie amministrate da esperti, mentre la politica viene ridotta alla gestione dei vincoli imposti dai mercati finanziari e dalle autorità monetarie.

È in questo contesto che Mattei sviluppa la sua teoria dell’austerità. La tesi centrale del suo lavoro è che le politiche restrittive non siano fallimentari rispetto ai loro obiettivi reali. Al contrario, funzionano perfettamente. L’errore starebbe nel credere che il loro scopo principale sia la crescita economica o il benessere collettivo.

Secondo l’economista, l’austerità serve soprattutto a comprimere i salari, aumentare la disciplina del lavoro, indebolire il potere contrattuale dei lavoratori e proteggere la redditività del capitale. È per questo che la definisce una “lotta di classe dall’alto”: una strategia permanente di riequilibrio dei rapporti di forza a favore delle élite economiche.

Nel suo ragionamento, l’austerità assume tre forme intrecciate. La prima è fiscale: tagli alla spesa sociale, privatizzazioni, riduzione della progressività fiscale e aumento della tassazione indiretta. Lo Stato, sostiene Mattei, non smette di spendere; semplicemente cambia destinatari della spesa, riducendo welfare e servizi pubblici mentre aumentano altre voci, comprese quelle militari.

La seconda forma è monetaria. L’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali viene interpretato come uno strumento deliberato di raffreddamento dell’economia e contenimento salariale. La disoccupazione, in questa prospettiva, non sarebbe un semplice effetto collaterale, ma un meccanismo disciplinare. Più lavoratori competono tra loro per un posto, minore diventa la loro capacità di ottenere salari più alti o migliori condizioni di lavoro.

Mattei collega questa dinamica anche agli Stati Uniti contemporanei, dove le recenti ondate di sindacalizzazione in aziende come Starbucks e Amazon vengono interpretate come segnali di una nuova conflittualità sociale. In questa lettura, l’inasprimento delle politiche monetarie rappresenterebbe anche una risposta preventiva alla crescita del potere del lavoro.

La terza dimensione dell’austerità è industriale: precarizzazione, deregolamentazione del mercato del lavoro, indebolimento dei sindacati e privatizzazioni. L’obiettivo, sostiene l’economista, è creare una forza lavoro più ricattabile, meno stabile e più facilmente adattabile alle esigenze della competizione globale.

Una parte cruciale dell’intervento riguarda la storia italiana del primo dopoguerra. Mattei descrive il Biennio Rosso come un momento in cui sembrò concretamente possibile una democratizzazione dell’economia attraverso occupazioni di fabbriche, consigli operai, cooperative e mobilitazioni contadine. Figura simbolica di quella stagione sarebbe stata Antonio Gramsci, con l’esperienza dell’Ordine Nuovo torinese e dei consigli di fabbrica.

Secondo l’economista, proprio quella possibilità di trasformazione sociale spinse le élite economiche a sostenere forme sempre più dure di restaurazione dell’ordine capitalistico. È qui che la sua analisi incrocia il fascismo.

Mattei sostiene che il primo fascismo abbia rappresentato uno dei più grandi laboratori storici dell’austerità moderna. Benito Mussolini viene descritto come il leader capace di ristabilire l’ordine sociale attraverso privatizzazioni, deflazione, licenziamenti pubblici, repressione sindacale e pareggio di bilancio. Politiche che, sottolinea l’economista, ottennero il sostegno di importanti ambienti liberali e finanziari internazionali.

Tra le figure citate compare anche Luigi Einaudi, insieme a settori della finanza britannica e statunitense vicini alla JPMorgan Chase. La tesi di Mattei è che, storicamente, austerità e repressione politica abbiano spesso proceduto insieme, perché entrambe mirano a neutralizzare il conflitto sociale.

La conclusione del suo intervento assume così un tono apertamente politico. L’austerità, afferma, è intrinsecamente antidemocratica perché sottrae le decisioni economiche fondamentali al controllo collettivo. L’idea stessa di “oggettività economica” servirebbe a nascondere rapporti di potere concreti e interessi materiali.

Per questo l’invito finale è a “decolonizzare le menti”: recuperare immaginazione politica, capacità di conflitto democratico e consapevolezza storica. Se il capitalismo è stato costruito attraverso precise decisioni politiche, sostiene Mattei, allora può essere anche trasformato.

Il suo messaggio finale è netto e radicale: la crisi sociale, climatica e democratica del presente non può essere affrontata soltanto con aggiustamenti tecnici. Richiede una rimessa in discussione dell’intero paradigma economico dominante e del rapporto stesso tra democrazia, lavoro e capitale.

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Nicola Bielli

FONTE: https://comedonchisciotte.org/clara-mattei-lausterita-e-una-guerra-di-classe-permanente-il-capitalismo-la-crisi-sociale-e-la-de-democratizzazione-delleconomia/

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